Quando ero piccola avevo una visione molto pratica delle persone. Ero diffidente ma amavo ascoltare le storie. E mentre il panettiere di turno mi raccontava di come la Principessa Pagnotta veniva salvata dal Principe Baguette, io mi interrogavo su tutt’altro. Ad esempio mi chiedevo da dove potesse arrivare tutta quella sbobba di parole e cose che non esistono. Visto che le parole escono dalla bocca, immaginai che giù per la gola ci fossero effettivamente tutti quei gloriosi personaggi, magari solo un po’ più piccoli del normale.
Però poi succedeva che la stessa persona mi raccontasse più e più storie. Favole, fiabe, racconti reali, descrizioni approfondite. A quel punto lo spazio si sarebbe esaurito a breve, allora forse non arrivava tutto dalla bocca. Sotto la bocca c’è lo stomaco, ma lo stomaco tiene il cibo. Panico, astio, nervosismo.
Un giorno, mentre ero appesa a testa in giù sul letto a castello, vidi la cassettiera nella camera dei miei, un mobile di un metro per mezzo. L’uso era semplice, prendevi il pomello, lo aprivi e magicamente saltavano fuori calzini e mutande, e il mobile diventava più grande di quello che era in partenza.
Avevo trovato la soluzione. Cassetti magici lungo tutto il corpo. Ecco da dove arrivano le storie che non esistono, ecco come vengono conservati i ricordi e le altre cianfrusaglie. Bene, potevo tornare a torturare le Barbie col sorriso sulle labbra.
Qualche anno più tardi, in prima o seconda media, la professoressa ci mostrò un quadro di un famoso pittore surrealista del ’900.
E cazzo, quel viscido bastardo mi aveva rubato l’idea. Cassetti dappertutto, sul busto, in testa, sulle gambe, tutti che si aprivano regolarmente, tutti così dannatamente funzionali.
Quel giorno scrissi un tema nel quale enunciavo tutto il mio disgusto verso quel copione scellerato di Salvador Dalì. Che non solo mi aveva rubato l’idea, ma osava anche ripeterla, come fosse il leitmotiv della sua dannata arte.
Lo perdonai e passai oltre qualche anno più tardi, quando persi definitivamente il senno osservando un’opera di Yves Tanguy. Obiettivamente, la sua era la soluzione migliore al problema di spazio interno umano.

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M’è piaciuto talmente tanto che non potevo non rebloggarlo!
perfino?
grazie mille caro, son contenta che ti sia piaciuto
Bello, ma un bel link all’opera di quel Tanguy, che adesso che mi hai messo la pulce nell’orecchio sono diventato curioso come una scimmia? ^__^
http://www.yvestanguy.org/en/
Tanguy è anche il mio pittore preferito. Lo adoVo.